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numero 1 Dicembre 2002
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Quando Dio chiese a Caino dove fosse Abele, Caino rispose irato con un'altra domanda:
«Sono forse il custode di mio fratello?». [...] Emmanuel Lévinas, commenta:
quella rabbiosa domanda di Caino è all'origine di ogni immoralità. Naturalmente
io sono il custode di mio fratello, e sono e rimango un essere morale fintanto che
non pretendo una ragione particolare per esserlo. Che lo ammetta o no, io sono il
custode di mio fratello in quanto il benessere di mio fratello dipende da quello che
faccio o mi astengo dal fare. E sono un essere morale perché riconosco quella
dipendenza e accetto la responsabilità che ne consegue. Nel momento in cui metto
in dubbio quella dipendenza e chiedo come Caino che mi si dica per quale ragione
dovrei curarmene, abdico alla mia responsabilità e non sono più un soggetto morale.
La dipendenza di mio fratello è quello che mi rende un essere etico; dipendenza ed
etica si reggono insieme e insieme vanno a picco». Zygmunt Bauman
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numero 2 Giugno 2003
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Sto cercando ora di elaborare un piccolo studio sul «sentimento del tempo»,
un’esperienza che è tipica della carcerazione preventiva.
Qualcuno che mi ha preceduto in questa cella ha scritto sopra la porta:
«tra cent’anni sarà tutto finito». Era il suo tentativo di controllare
questa esperienza del tempo vuoto […]. La risposta biblica al problema è:
«il mio tempo è nelle tue mani» (Sal 31). Ma anche nella Bibbia troviamo proprio
la domanda che qui minaccia di imporsi su tutto: «Signore, fino a quando?» (Sal 13). Dietrich Bonhoeffer
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numero 3 Novembre 2003
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Chi sa? Forse il cattivo
è cattivo solo per non essere stato abbastanza amato; il suo odio fonde come per incantesimo
alle prime parole d'amore che gli si rivolgono. Bisogna dargli un'opportunità.
L'amore è così come un miracoloso sole di primavera, provoca il grande disgelo universale,
libera la circolazione delle acque fluviali prigioniere, mobilita e anima tutta la natura…
"L'inverno è finito", l'inverno della collera e dell'esecrazione. Vladimir Jankelevitch
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numero 4 Marzo 2004
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L’uomo è l’essere capace di pentimento: nessun altro essere vivente
ne è capace. Il pentimento dichiara: ciò che ho compiuto era iniquo
e vorrei che non fosse avvenuto, ma non posso fare sì che non si
sia verificato, poiché del pentimento è parte integrante la verità.
È accaduto e tale rimane: non posso nemmeno cambiarlo, perché era
come era e resta così; posso però fare qualcos’altro: assumere l’accaduto
entro il nuovo inizio che consiste nella relazione tra la libertà
e il bene, sostenuta dalla flessibilità e forza creativa della vita.
[…] Chi si pente fa entrare la sua colpa in un contesto nuovo, e
in tal modo la volge in avanti, si fa feconda di bene. Romano
Guardini
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numero 5 Luglio 2004
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Il perdono difficile è quello che, prendendo sul serio il tragico dell’azione,
punta alla radice degli atti, alla fonte dei conflitti e dei torti che richiedono
il perdono. Non si tratta di cancellare un debito su una tabella dei conti,
al livello di un bilancio contabile, si tratta di sciogliere dei nodi.
In primo luogo c’è il nodo dei conflitti inestricabili, delle controversie
insuperabili. […] Poi c’è il nodo dei danni e dei torti irreparabili: bisogna
allora rompere con la logica infernale della vendetta perpetuata di generazione
in generazione. In questo caso il ricorso al perdono fa fronte alla spirale
della vittimizzazione, che trasforma le ferite della storia in impietose
requisitorie. È qui che il perdono confina con l’oblio attivo: non con
l’oblio dei fatti, in realtà incancellabili, ma del loro senso per il
presente e il futuro. Accettare il debito non pagato, accettare di essere un
debitore insolvente, accettare che ci sia una perdita. Fare sulla colpa stessa il
lavoro del lutto. Ammettere che l’oblio di fuga e la persecuzione senza fine dei
debitori sono frutto della stessa problematica. Tracciare una linea sottile tra
l’amnesia e il debito infinito. Paul Ricoeur
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numero 6 Dicembre 2004
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Ubuntu è molto difficile da rendere in una lingua occidentale.
È una parola che riguarda l’intima essenza dell’uomo. Quando vogliamo lodare
grandemente qualcuno, diciamo: “Yu, u nobuntu” “il tale ha ubuntu”.
Ciò significa che la persona in questione è generosa, accogliente, benevola,
sollecita, compassionevole; che condivide quello che ha. È come dire:
“La mia umanità è inestricabilmente collegata, esiste di pari passo con la tua”.
Facciamo parte dello stesso fascio di vita… Noi siamo intessuti in una fitta rete
di interdipendenze: come diciamo con un’espressione africana, una persona è una
persona attraverso un’altra persona. Disumanizzare l’altro significa inevitabilmente
disumanizzare se stessi …. Perciò perdonare è davvero il modo migliore per fare
l’interesse di ognuno, mentre la rabbia, il rancore e la vendetta sono corrosivi,
distruggono il summum bonum, il più alto dei beni: quell’armonia collettiva che
all’interno della comunità accresce l’umanità e la fratellanza di tutti i suoi membri. Desmond Tutu
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numero 7 Maggio 2005
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Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo fatto,
la nostra capacità di agire sarebbe per così dire confinata a un singolo gesto
da cui non potremmo mai riprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze,
come l’apprendista stregone che non aveva la formula magica per rompere l’incantesimo…
Diversamente dalla vendetta, che è la naturale, automatica reazione alla trasgressione…
l’atto del perdonare non può mai essere previsto. Perdonare, in altre parole,
è la sola reazione che non si limita a re-agire, ma agisce in maniera nuova e inaspettata. Hannah Arendt
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numero 8 Ottobre 2005
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Fiducia, fiducia nel mondo, poiché quest’essere umano esiste questa è l’opera
più intima del rapporto educativo. Poiché quest’essere umano esiste, l’assurdo
non può essere la verità vera, per quanto duramente esso ci angusti. Poiché esiste
quest’essere umano, sicuramente nelle tenebre si cela la luce, nello spavento la salvezza,
e nell’ottusità di colui che vive assieme a noi l’amore grande.
Poiché quest’essere umano esiste. Martin Buber
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numero
9 Marzo/Aprile 2006
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Ricorda particolarmente che non puoi in alcun modo essere
giudice. Giacché nessuno può essere su questa terra giudice d'un
malfattore, se prima non abbia egli stesso acquistato coscienza
che anche lui è altrettanto malfattore quanto quello che gli sta
innanzi, e che lui per l'appunto, rispetto al delitto di colui
che gli sta innanzi, è forse prima
d'ogni altro colpevole. Quando abbia raggiunto questa
comprensione, allora potrà anche essere giudice. Per quanto
abbia tutta l'apparenza di una cosa assurda, questa non è che la
verità. Infatti, se io stesso fossi stato giusto, forse anche il
malfattore che mi sta dinanzi non sarebbe tale. Fiodor
Dostoevskij
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errata corrige
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numero 10-11 Dicembre 2006
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L’amore non fa più di quanto la giustizia richiede, ma è l’amore
il principio ultimo della giustizia. L’amore ri-unisce; la
giustizia preserva ciò che deve essere ri-unito. È la forma
nella quale e grazie alla quale l’amore compie la propria opera.
Nel suo significato ultimo la giustizia è giustizia creativa, e
la giustizia creativa è la forma dell’amore come ri-unione. Paul
Tillich
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