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errata corrige

























Numero 9, p. 57

   La risposta di Piercamillo Davigo alla domanda:

In Italia abbiamo ormai 60.000 detenuti, di cui 1/3 tossicodipendenti e 1/3 migranti: sempre più sovraffollato e fortemente connotato in termini di detenzione sociale, il carcere è lontano dal costituire quell'estremo rimedio di cui parla il Card. Martini. Che fare?

   inizia con la seguente frase, saltata nella versione cartacea:

 

Per quanto riguarda la pena carceraria, credo si debba operare una netta distinzione tra soggetti pericolosi e non pericolosi. Le misure restrittive della libertà individuale, sia in fase cautelare sia in fase di esecuzione di pena, debbono applicarsi solo ai pericolosi: per gli altri non mancano strumenti alternativi. Ritengo importante inoltre che gli spazi carcerari siano differenziati in base alla pericolosità, evitando di far vivere a stretto contatto detenuti con profili d’allarme ben diversi. La differente pericolosità dovrebbe sempre comportare risposte diverse; un boss mafioso è pericoloso se ha contatti con l’esterno; un killer delle carceri è pericoloso all’interno: è evidente che i sistemi di controllo devono tener conto di queste caratteristiche.
Nella sovraffollata realtà carceraria spesso c’è invece una indifferenziazione che favorisce dinamiche inconciliabili con la rieducazione e con seri progetti trattamentali, realmente capaci di creare argini alla recidiva. In nessun caso, comunque, lo Stato...