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Vittime. Fabbrica di pace

La vittima di un crimine è una persona segnata – talvolta sfigurata - nella sua stessa identità umana, e la ricostruzione di tale identità è sempre un processo complesso e doloroso. Alle lacerazioni e ai traumi direttamente prodotti dal reato, si aggiungono poi quelli causati dalla «vittimizzazione secondaria», cioè dall’insieme dei meccanismi, strutturali e contingenti, che imponendo percorsi giudiziari variamente limitati e accidentati, finiscono per gravare le vittime di ulteriori e addirittura mortificanti fardelli. Alle vittime spesso non restano che spazi di monetizzazione della sofferenza. Nei nostri sistemi di giustizia, a struttura retributiva e fortemente «reocentrica», le vittime sperimentano innanzitutto la difficoltà di essere ascoltate e vedere in qualche modo appagato il loro fondamentale bisogno di riconoscimento: esse, afferma Antoine Garapon, «non si aspettano solo che la giustizia stia dalla loro parte – restituendo loro i diritti, garantendo equi indennizzi, perseguendo i colpevoli – ma anche, e soprattutto, che le riconosca». Sono le dinamiche del riconoscimento a rendere possibile la liberazione dal risentimento senza fine, dal peso schiacciante di una memoria congelata e devitalizzata, opposta in tutto alla memoria alleviata e rasserenata che segue l’opera di giustizia. Una giustizia che per essere capace di soluzioni realmente risanatrici, deve essere sempre orientata al futuro: nella vita e per la vita.
Soltanto una giustizia di riparazione e ricostruzione che oltrepassi la dimensione opaca e sterile della pura retribuzione – se non della vendetta -, può aiutare la vittima a «guarire», a riannodare i fili di senso della propria vita, lacerati dall’azione violenta del reo.
Vittima e reo si trovano stretti nel nodo dei danni e dei torti, a volte irreparabili. È il nodo del perdono difficile, scrive Paul Ricoeur; quello che «prendendo sul serio il tragico dell’azione, punta alla radice degli atti, alla fonte dei conflitti e dei torti che richiedono il perdono: non si tratta di cancellare un debito su una tabella dei conti, al livello di un bilancio contabile, si tratta di sciogliere dei nodi». È questo scioglimento che può interrompere la spirale della vittimizzazione; il perdono, cioè, che confina con «l’oblio attivo: non con l’oblio dei fatti, in realtà incancellabili, ma del loro senso per il presente e il futuro. Accettare il debito non pagato, accettare di essere e rimanere un debitore insolvente, accettare che ci sia una perdita. Fare sulla colpa stessa il lavoro del lutto. Ammettere che l’oblio di fuga e la persecuzione senza fine dei debitori sono frutto della stessa problematica. Tracciare una linea sottile tra l’amnesia e il debito infinito».
Sono queste linee sottili – certo non le grandi muraglie che la storia continua a consegnare puntualmente all’archeologia – a tessere la trama più tenace della coesione sociale; sono esse che innervano di senso e di futuro le comunità umane. La loro storia – incessantemente solcata dai conflitti individuali e sociali – è affidata sempre alla inesausta ricerca di giustizia attraverso scelte di ricomposizione e riconciliazione. Produrre giustizia è fabbricare la pace. Un’opera alla quale nessun contributo è così prezioso come quello delle vittime. Vittime: fabbrica di pace.


Dal testamento spirituale di fra' Cristiano, il superiore dei 7 monaci trappisti rapiti nel monastero di Tibhirine, in Algeria, nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 e ritrovati morti due mesi dopo

"Se dovesse arrivare il giorno, e potrebbe essere oggi, di essere vittima del terrorismo che sembra voler ingoiare oggi tutti gli stranieri che vivono in Algeria, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era DONATA a Dio e a questo paese. Che accettino che il Padrone unico di tutti non saprebbe essere estraneo a questa partenza così brutale. Che preghino per me: come potrei essere trovato degno di una tale offerta? Che sappiano accostare questa morte alle tante altre ugualmente violente ma lasciate nell'indifferenza dell'anonimato. La mia vita non vale più di altre… Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra prevalere nel mondo e anche del male di colui che mi ucciderà ciecamente. Mi piacerebbe, quando dovesse venire il momento, avere un lampo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e di tutti i miei fratelli in umanità e nello stesso tempo di perdonare io, con tutto il cuore, colui che mi avrà colpito. Io non posso augurarmi una tale morte: mi sembra importante dirlo chiaramente. Non vedo infatti come potrei rallegrarmi che questo popolo che amo potesse essere accusato tutto del mio assassinio. È un prezzo troppo alto quello di dovere "la grazia del martirio" (come si chiama) a un algerino, chiunque esso sia, soprattutto se questi dovesse dire di agire per fedeltà a ciò che egli pensa sia l'Islam. Conosco il disprezzo di cui sono circondati tutti gli algerini insieme. Conosco anche la caricature dell'Islam che incoraggiano un certo islamismo. È troppo facile mettere a posto la coscienza identificando il cammino religioso dell' Islam con l'integralismo degli estremisti. Per me l'Algeria e l'Islam sono un'altra cosa: sono come il corpo e l'anima. Ho già parlato chiaramente credo, a destra e a sinistra di ciò che ho ricevuto dall'Islam e dall'Algeria: vi ho ritrovato molto spesso il chiaro filo conduttore del vangelo imparato sulle braccia di mia madre, che è stata la mia prima chiesa, proprio qui in Algeria. La mia morte sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno così facilmente trattato da ingenuo o da idealista: "Lo dica adesso quello che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che alla fin fine io sarò stato liberato dalla curiosità più lancinante che mi porto dentro: affondare il mio sguardo in quello del Padre per vedere i suoi figli dell'Islam come lui li vede: tutti illuminati della gloria di Cristo, anche loro frutto della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà di ristabilire la comunione e la somiglianza giocando con le differenze. Di questa mia vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io ringrazio Dio che sembra l'abbia voluta tutta intera proprio per questa GIOIA, contrariamente a tutto e malgrado tutto. In questo GRAZIE, dove tutto è detto ormai della mia vita, io includo naturalmente voi, amici di ieri e di oggi e voi, amici di qui, mettendovi accanto a mia madre e mio padre, accanto ai miei fratelli e alle mie sorelle, voi che siete il centuplo che mi è stato dato secondo la promessa. E includo anche te, amico dell'ultimo minuto, che non sai quello che fai. Si, lo voglio anche per te questo GRAZIE e questo A - DIO, Dio che porta il tuo volto. E che ci venga concesso, se Dio lo vorrà, Lui Padre di tutti e due, di ritrovarci finalmente felici in Paradiso.
AMEN. InschAllah (se Dio lo vorrà!)".


27 gennaio: giorno della memoria
Un poco di sole brillò sulle selci del Portico di Ottavia, dove da ore si trascinavano quei poveri piedi, quei piedi piatti così derisi, già stanchi, già dolenti prima di iniziare il viaggio. Nei Sabbati ormai lontani, quel raggio di sole attraversava le vetrate della Sinagoga, andava ad accendere le canne dell'organo, che gli rispondeva nel registro più d'oro. E lo riversava, quel raggio, sui fedeli in concenti di giubilazione, in uno sfolgorare di santa allegrezza. I fanciulli cantavano: Santo, Santo, Santo, il Dio degli Eserciti, della Sua gloria tutta la terra è colma. Ora, dal fondo della fossa in cui stanno aspettando di essere deportati, quei fanciulli non levano altro che pianto, un pianto che non fa coro, che non si innalza al cielo come il fumo dei sacrifizi; che il cielo tornato basso sembra respingere, far ricadere sulle loro spalle. Quanti anni ancora dovranno passare, prima che quel pianto diventi il cantico dei fanciulli nella fornace? Prima che il Dio degli Eserciti li ascolti, nuovamente rapiti nel celebrare la Sua gloria? (Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943).


L’ingiustizia prospera non solo perché le norme della giustizia sono violate da persone che producono attivamente ingiustizia; un contributo viene anche dai cittadini che la sostengono passivamente, ignorandone le vittime reali e potenziali. L’uomo passivamente ingiusto è semplicemente indifferente alla illegalità e alle violenze che accadono attorno a lui: «La vittima potrebbe continuare a sentirsi offesa, provando profondo disappunto per l’evidente indifferenza pubblica alle conseguenze della sciagura che l’ha colpita. A questo punto, a suscitare la sua percezione di aver subìto un’ingiustizia sarebbe non già l’ingiustizia attiva, bensì quella passiva, ossia l’omissione di ogni intervento atto a prevenire o mitigare la sua condizione attuale. Qui, come spesso accade quando dobbiamo stabilire se vi sia stata ingiustizia oppure no, entra in gioco la nostra disponibilità ad agire, e l’impulso a non fare nulla, se possibile, è sempre molto evidente. Tutti tendiamo a essere passivamente ingiusti» ( Judith Shklar, I volti dell’ingiustizia)

La giustizia non propone l’oblio o la rimozione del passato, ma un esonero, ovvero, nel senso etimologico del termine, una perdita di peso. Tenta di assicurare il passaggio da una presenza pesante di un passato rimosso, non metabolizzato, di crimini negati e la cui verità non ha potuto essere oggetto di verifica, a una presenza alleviata del passato. Questo ci conduce alla distinzione fatta da Paul Ricoeur fra il debito da cancellare e la traccia che deve essere mantenuta. Nel ricordare pubblicamente certi episodi criminali non si vuole solo lottare contro l’oblio, ma anche purificarli del loro coefficiente di potenza quasi sacrale. L’intenzione è di smatizzarli, di superare la rimozione mortifera per tutti, per le vittime, per gli autori, e per la comunità politica nella sua interezza. Occorre liberare la momoria nel duplice senso di conquistarla e di poterla narrare liberamente. […] La memoria malata è incapace di ricordare. Il risentimento è una memoria congelata, rancorosa, sterile, che si oppone in tutto alla memoria alleviata, quella che segue l’opera di giustizia. […] La memoria può avere qualcosa di mortifero se non è orientata verso l’avvenire. Il lavoro di memoria non può essere convalidato dall’idea di giustizia se non viene compiuto nella vita e per la vita (Antoine Garapon, Crimini che non si possono né punire né perdonare). Per fabbricare pace.